Por Upsocl
8 septiembre, 2021

Laurel Hubbard, di origini neozelandesi, è stata bersagliata dalle critiche. Il motivo? Per i primi 30 anni della sua vita ha vissuto nel corpo di un uomo e dunque, adesso, sarebbe più forte di una donna. Per i difensori LGBT, la sua eliminazione spiegherebbe tutto: “È stata una partecipante come le altre”.

Senz’ombra di dubbio, le Olimpiadi di Tokyo saranno ricordate a lungo per molteplici motivi. Sono state organizzate durante la pandemia, una situazione che non si presentava dal 1918 circa, l’anno della cosiddetta “influenza spagnola”. E già per questo, hanno fatto la storia, ma non è tutto perché, inoltre, hanno sottolineato qualcosa di ben più importante, ovvero che i tempi sono cambiati. 

Fra le varie novità, vi è una che ha attirato maggiormente l’attenzione del pubblico: quest’anno sono state incluse nelle varie gare le persone transgender.

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Se anni fa era un tema controverso, oggigiorno è una realtà di fatto. Non c’è stata soltanto una star dello skateboard identificatasi come genere non binario, ma è arrivata anche una donna che anni fa non sarebbe stata accettata. Si tratta di Laurel Hubbard, una sollevatrice di pesi neozelandese. 

È arrivata per trasformare in realtà le peggiori paure dei critici più conservatori, visto che si è sottoposta ad un processo di transizione uomo-donna per poi cominciare il suo percorso nell’ambito del sollevamento pesi femminile.

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Ma come mai Laurel è finita al centro delle più aspre polemiche? A quanto pare, coloro che difendono la parità di condizioni nelle competizioni sportive credono fermamente che una persona che ha vissuto gran parte della propria vita nel corpo di un uomo sia in netto vantaggio rispetto ad un’atleta nata donna.

La teoria in realtà non sussiste affatto visto che Laurel è stata eliminata dalla gara.

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Ovviamente, come immaginabile, è stata una triste notizia per l’atleta, che avrebbe sicuramente preferito continuare la gara, ma da un lato, tutto questo ha dimostrato che non aveva in realtà nessun vantaggio. Laurel ha semplicemente partecipato come una donna in più nella sua categoria.

Occorre precisare che per partecipare come atleta transgender in una delle varie categorie, i Giochi Olimpici esigono una serie di prove e dimostrazioni per verificare che il processo di transizione sia avvenuto in accordo con le regole della competizione. Ciò include, ad esempio, una soppressione dei livelli di testosterone nel corpo di un uomo diventato donna, per far sì che la sua forza sia il più simile possibile a quella di una donna naturale. 

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Eppure, i più critici affermano che nonostante ciò, una transegender vanterebbe una maggior densità a livello delle ossa e una capacità muscolare di gran lunga superiore. Ma la neozelandese, che l’ha provato sulla propria pelle, ha dimostrato che ci si sbaglia di grosso.

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Può anche non aver vinto il trofeo che desiderava, ma può tornare a casa con una piccola vittoria: grazie alla sua sconfitta, altre atlete che hanno seguito il suo stesso percorso potranno competere con una maggior sicurezza. E lei è diventata simbolo di uno sport sempre più inclusivo e accessibile.

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