Si chiamava Faten Ben Amar El Azizi.
Ripetiamolo, perché nelle prossime ore il mondo parlerà di «una migrante» e non di lei: Faten Ben Amar El Azizi, 20 anni, calciatrice del Moghreb Atlético di Tánger.
In precedenza aveva indossato la maglia del Moghreb de Tetuán, dove aveva già lasciato il segno nonostante la giovane età. Secondo le sue stesse colleghe, era uno dei talenti promettenti del calcio femminile marocchino. Aveva allenamenti, aveva uno spogliatoio, aveva compagne di squadra che la aspettavano lunedì.
È morta cercando di attraversare per entrare a Ceuta.

Questo è tutto ciò che sappiamo. Ed è questo che fa male: è tutto ciò che sapremo. Nessun minuto di silenzio in uno stadio gremito, nessuna prima pagina, nessun titolo sulle principali reti. Muore una calciatrice e il mondo a malapena batte ciglio, perché è morta dal lato sbagliato della mappa.
L’Associazione dei Giocatori Professionisti Marocchini ha elogiato «la sua grande etica e il suo alto spirito sportivo». Il suo club è entrato in lutto. A Tánger, una manciata di giovani donne con scarponi logori ha capito qualcosa che nessuna di loro avrebbe voluto capire: che il talento non basta sempre e che, a volte, l’avversario non è in campo, ma davanti a una recinzione.

Poniamoci la domanda scomoda. Quante Faten si stanno allenando proprio ora su un campo polveroso, sognando qualcosa che è a pochi chilometri di distanza eppure in un altro mondo? Quante storie come questa accadono senza che nessuno le racconti?
Non sappiamo cosa l’abbia spinta. Non sta a noi presumere. Ma sappiamo cosa abbiamo perso: una giovane calciatrice, amata nel suo club, con tutta la vita davanti a sé.
Che almeno il suo nome completo venga letto qui, in questo angolo di internet.
Faten Ben Amar El Azizi. Calciatrice. Riposa in pace. ![]()
