
Jon Bon Jovi scrisse «Livin’ on a Prayer» pensando alle persone che lottano per sopravvivere. L’ha cantata migliaia di volte, in stadi gremiti, con migliaia di braccia alzate. E un giorno decise che cantarla non bastava più.
Il mondo lo conosce per i suoi capelli lunghi e i suoi inni da stadio. Pochi sanno che quest’uomo, quasi due decenni fa, iniziò a costruire alloggi per giovani madri senza dimora a Philadelphia. O che aprì ristoranti nel New Jersey dove anche chi non può pagare può comunque mangiare.

Non lo fece da solo. Dorothea Hurley, sua moglie dal 1989, gestisce la fondazione insieme a lui. Non è un’operazione d’immagine ideata da consulenti: è il progetto di due persone che, prima di diventare una coppia sposata, condividevano già lo stesso modo di vedere il mondo.

Durante la pandemia, Bon Jovi è stato visto lavare i piatti in uno dei suoi locali. Nessuno glielo ha chiesto. Nessuno lo ha filmato per una campagna.
“Fare del bene fa stare bene”, disse una volta, senza fronzoli. E aggiunse qualcosa che spiega metà della sua vita: «Trovare uno scopo ti dà slancio, ed è questo che ti permette di farlo giorno dopo giorno».

Questa è la chiave del perché questo rocker è diverso. Non cerca di cambiare il mondo intero: sceglie di risolvere il problema che ha davanti, con le proprie mani. E continua a farlo, anno dopo anno, senza chiedere applausi per questo.
Ci sono idoli che diventano più grandi grazie alla musica. Bon Jovi è diventato più grande per ciò che ha fatto quando nessuno lo guardava.


