Nancy Mace, deputata repubblicana degli Stati Uniti, ha fatto una dichiarazione che è caduta come un macigno in una conversazione già accesa. Secondo lei, tutti i serial killer della storia hanno sofferto, in un modo o nell’altro, di qualche forma di malattia mentale. E ha subito tracciato una linea di demarcazione: questo non significa che Ted Bundy o Jeffrey Dahmer non fossero colpevoli. Seguendo la stessa logica, ha sostenuto, Lindsay Clancy dovrebbe essere giudicata allo stesso modo.

Il paragone è volutamente duro. Bundy e Dahmer sono sinonimi di crimini seriali e violenza estrema; Clancy è una donna associata a un caso familiare in cui la salute mentale è diventata il fulcro della discussione. Mettendoli sullo stesso piano, Mace suggerisce che una diagnosi possa spiegare la mente di una persona, ma non cancelli necessariamente la responsabilità delle sue azioni.

Per alcuni, è un monito necessario: se qualsiasi disturbo potesse servire da scusa, la colpa cesserebbe di esistere. Per altri, è un salto logico ingiusto che confonde situazioni molto diverse. Dove finisce la malattia e dove comincia la responsabilità?

