Ecco come appare il cervello di una persona «normale» rispetto a quello di uno psicopatico: le differenze potrebbero spiegare alcuni suoi comportamenti, ma non giustificarli

Por Krishna Medina
28 October, 2026

Anche se a prima vista possono sembrare identici, i cervelli delle persone con e senza tratti psicopatici differiscono per il modo in cui funzionano. Lo hanno dimostrato diversi studi scientifici che utilizzano scansioni in grado di rendere osservabili l’attività cerebrale e le connessioni tra regioni specifiche.

Una delle principali differenze studiate riguarda la corteccia prefrontale, una regione situata dietro la fronte che svolge un ruolo nella regolazione delle emozioni, nel controllo degli impulsi e nel processo decisionale. Sono state individuate alterazioni anche nell’amigdala, una struttura cerebrale fondamentale per elaborare emozioni come la paura e per prendere decisioni.

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Uno degli esempi più sorprendenti di questa ricerca si verificò nel 2005, quando James Fallon, neuroscienziato dell’Università della California, Irvine, stava esaminando scansioni cerebrali nell’ambito delle sue ricerche sul comportamento violento.

Esaminando le immagini, notò un cervello con un’attività significativamente ridotta in alcune regioni frontali, soprattutto nelle aree legate alla regolazione emotiva e al controllo degli impulsi.

James Fallon / Università della California, Irvine

Ciò che Fallon non si aspettava era di scoprire che quel cervello era il suo.

Il ricercatore aveva incluso in uno studio immagini della propria famiglia e, mentre esaminava i risultati senza conoscere l’identità dei partecipanti, riconobbe un modello cerebrale che associava alla psicopatia. Quando verificò a chi appartenesse la scansione, scoprì che stava guardando il proprio cervello.
La sorpresa fu ancora più grande quando lo confrontò con le immagini di sua moglie e dei suoi figli, che mostravano modelli di attività diversi.

James Fallon / Università della California, Irvine

Tuttavia, c’era un’importante contraddizione: Fallon non era un assassino e non aveva una storia di violenza criminale.

Lo stesso neuroscienziato attribuì parte di questa differenza alla propria educazione. Spiegò di essere cresciuto in un ambiente familiare affettuoso e stabile, che riteneva essenziale per capire perché il suo comportamento fosse stato diverso da quello di alcuni individui di cui aveva studiato il cervello.

La sua storia solleva una domanda a cui gli scienziati cercano di rispondere da decenni: quanto influisce la biologia sulla nostra personalità e quanto dipende dall’ambiente in cui cresciamo?

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