Lo scelsero come arcivescovo di San Salvador perché non creava problemi.
Óscar Romero aveva la reputazione di essere un uomo silenzioso, uno di quelli che non alzavano la voce nelle riunioni. Nel 1977, con El Salvador sull’orlo della guerra civile, questo giocò a suo favore. La Chiesa aveva bisogno di qualcuno che non mettesse nessuno a disagio. Romero sembrava il candidato perfetto.

Qualcosa si spezzò in seguito. L’assassinio di un sacerdote a lui vicino e i massacri contro le comunità contadine lo spinsero in un luogo dove nessuno si aspettava di vederlo. Cominciò a parlare. Ogni domenica, alla radio, raccontava ciò che il governo cercava di nascondere: gli scomparsi, i corpi, i nomi.
Il 23 marzo 1980 pronunciò l’omelia che sarebbe diventata la sua condanna. Prima di pronunciarla, incontrò un gruppo ristretto, tra cui i gesuiti Ellacuría ed Estrada, per decidere se valesse la pena rischiare ancora una volta. Decise di farlo. Davanti ai microfoni, chiese che la repressione cessasse.
Un giorno dopo, il 24 marzo, stava celebrando la Messa nella cappella dell’ospedale La Divina Providencia. Una Volkswagen Passat si fermò davanti alla porta. Dal finestrino posteriore, un uomo sparò un solo colpo con un fucile.

Il proiettile gli entrò nel petto. Lasciò un segno minuscolo, appena cinque millimetri, sulla camicia e sull’alba che indossava. Quegli indumenti sono ora conservati in un museo, nella casa dove visse i suoi ultimi anni.
Il fotografo Eulalio Pérez García catturò la sequenza completa di quei minuti. Le sue immagini rimasero come testimonianza che il Paese non poté cancellare. Quel colpo è considerato l’inizio di una guerra civile durata dodici anni e che lasciò quasi centomila morti.
Romero non nacque coraggioso.
Divenne coraggioso il giorno in cui non poté più voltarsi dall’altra parte.
