Ci sono popoli che abbracciano solo i vincitori. E poi ci sono popoli come quello argentino, che scendono comunque in strada, anche quando fa male, anche quando il trofeo è rimasto dall’altra parte dell’oceano.

Questo lunedì, la nazionale è tornata a casa dopo aver perso contro la Spagna in finale. E ciò che ha trovato non è stato silenzio né rimprovero: è stata una folla. Migliaia di tifosi si sono radunati attorno a Ezeiza, sotto una gelida pioggia invernale, aspettando per ore di vedere passare l’autobus scoperto che trasportava i vicecampioni del mondo.

L’accoglienza aveva tutto: un tappeto rosso, una banda dei Granatieri che suonava «Muchachos», bandiere, fumogeni, clacson. Sulla pista, dipinta sull’erba con lettere di 150 metri, una sola parola che riassumeva tutto: «GRAZIE!». Tre giorni di lavoro, venti barattoli di vernice, per un messaggio che si poteva leggere dall’alto.
La sera prima, non appena la finale era terminata, una marea umana aveva già riempito l’Obelisco. Non per piangere la sconfitta, ma per ringraziare del cammino percorso.
Messi e De Paul erano assenti, essendo rimasti negli Stati Uniti. Ma l’affetto non era per un solo nome: era per tutti. Per essere arrivati ancora una volta fino in cima, per aver dato tutto, per rappresentare un Paese che fa del calcio un modo di amare.
Sono caduti nella battaglia finale. Ma poche squadre sconfitte sono state abbracciate con tanto calore.
Grazie, ragazzi. Sotto la pioggia, un intero Paese vi ha aspettato.
