Tim Retter aveva 46 anni quando notò un piccolo brufolo vicino all’orecchio. Era il 2007.

Provò a schiacciarlo, senza riuscirci. Invece di scomparire, crebbe fino a diventare grande come un pisello, e una mattina si svegliò con un bozzo grande come una pallina. Cercò informazioni online, concluse che si trattava di una cisti sebacea e continuò la sua vita da meccanico a Scottsdale, in Arizona.

Il bozzo non smise di crescere. Passò dalle dimensioni di una palla da racquetball a quelle di una pallina da tennis, fino a diventare una massa grande come un’anguria, del peso di circa 2.2 kg, che gli pendeva dalla mandibola. Gli causava mal di testa ogni giorno e, raccontò, a volte aveva la sensazione che qualcosa gli stesse «lacerando» il viso. Poteva mangiare solo in piedi, per evitare che il tumore urtasse il tavolo; per vestirsi doveva infilare i vestiti sopra la massa, e dormire era un esercizio di equilibrio per evitare che gli schiacciasse il collo. Un amico gli diede il soprannome di «Timmy il piccoletto».

Non poteva sottoporsi a un intervento chirurgico: non aveva un’assicurazione sanitaria né risparmi. Poi il chirurgo della testa e del collo Ryan Osborne lo contattò. Sospettava che il tumore avesse origine nella ghiandola parotide, che produce saliva, e disse che le sue dimensioni erano eccezionali: normalmente, spiegò, è grande quanto una noce.
L’intervento durò quasi cinque ore e i medici riuscirono a evitare di danneggiare i nervi facciali. Tim si svegliò in grado di sorridere e gli esami confermarono che il tumore era benigno: un adenoma pleomorfo.
Sette settimane dopo, si rasò per la prima volta in due decenni.
