Sally Challen conobbe Richard quando aveva 15 anni. Lui ne aveva 22. Si sposarono quando lei compì 25 anni e ebbero due figli.
Visto dall’esterno, era un nucleo familiare benestante a Claygate, nel Surrey. All’interno, secondo suo figlio David, regnava il controllo: umiliazioni, isolamento, denaro tenuto sotto controllo. Aveva già imparato tutto questo senza avere le parole per definirlo: «Sono cresciuto normalizzando la coercizione e il controllo in casa mia».
Richard le fu infedele diverse volte. Per anni Sally cercò aiuto medico e nel 2009 fu indirizzata a uno psichiatra. Nessuno spezzò la catena.

Il 14 agosto 2010, dopo aver scoperto che suo marito aveva contattato un’altra donna, lo affrontò. Lo uccise con 20 o più colpi di martello. Il giorno dopo tentò di togliersi la vita lanciandosi da una scogliera. Fu salvata.
Nel 2011, una giuria di Guildford la condannò per omicidio. L’accusa la dipinse come gelosa e ossessiva. Ergastolo. All’epoca, il controllo coercitivo non era nemmeno un reato.
Lo diventò nel dicembre 2015. David lo sapeva: quella parola diede loro un linguaggio per descrivere ciò che accadeva in casa. E lui cominciò a lottare.

Nel febbraio 2019, la Corte d’appello annullò la condanna. Uno psichiatra aveva riscontrato disturbi che non erano mai emersi durante il processo. A giugno, l’accusa accettò la sua dichiarazione di colpevolezza per omicidio colposo. Sally tornò in libertà dopo quasi nove anni.
Oggi David racconta questa storia in un libro, The Unthinkable. Dice di aver sepolto la propria infanzia insieme a suo padre e di aver dovuto disseppellirla per ritrovare il bambino che aveva lasciato indietro.
Alcuni crimini vengono giudicati per ciò che si è visto. E per anni di silenzio che nessuno voleva guardare.

