57 uomini hanno letto in una chat cosa stavano facendo 7 studenti della Cornell University a una compagna di corso per 7 ore, e nessuno di loro ha chiamato la polizia
Questo è il cuore del caso dei «7 della Cornell», diventato virale negli ultimi giorni. Sette studenti universitari sono stati accusati di aver aggredito una compagna di corso, una giovane donna identificata negli atti del caso come Jane Doe.
Mentre accadeva, raccontavano ciò che stavano facendo in una chat di gruppo con altri 57 uomini. I messaggi arrivavano, venivano letti e nessuno li fermava. Nessuno ha detto che fosse sbagliato.

La storia ha ricordato a molte persone un’altra vicenda che aveva già sconvolto il mondo: quella di Gisèle Pelicot, la donna francese il cui marito l’ha drogata per quasi un decennio, dal 2011 al 2020, affinché più di 50 uomini potessero abusare di lei. Anche allora, decine di uomini sapevano e sono rimasti a guardare.
Ecco perché il dibattito non riguarda più soltanto i responsabili, ma tutti coloro che guardano e restano in silenzio.
Restare in silenzio, non prendere posizione o non affrontare gli amici quando fanno qualcosa di orribile è anch’esso una forma di complicità, affermano coloro che animano il dibattito. E oggi si tratta di sette studenti universitari e di una chat. Quanti
altri ce ne vorranno prima che qualcuno rompa il silenzio?

