Quando morì Kim Jong Il, la Corea del Nord costrinse la popolazione a piangere per 11 giorni e vietò guanti, cappelli e sciarpe affinché i controllori potessero verificare la presenza di lacrime

Por Sebastián Jerez
6 October, 2026

Quando Kim Jong Il morì nel dicembre 2011, la Corea del Nord decretò 11 giorni di lutto obbligatorio. Mostrare rispetto non era sufficiente: l’intero paese doveva apparire devastato. Milioni di persone si misero in fila nelle piazze e davanti alle statue di bronzo, mentre le trasmissioni di Stato mostravano folle che urlavano e piangevano senza controllo. Durante il corteo funebre finale, ai partecipanti fu vietato indossare guanti, cappelli o sciarpe, affinché chi li sorvegliava potesse verificare facilmente la presenza di lacrime.

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Tutto il resto fu sospeso: intrattenimento, alcol, svago e persino fare la spesa. E un dettaglio rende la situazione ancora più inquietante: chi perdeva un familiare in quei giorni non poteva piangere ad alta voce i propri defunti.

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Secondo quanto riportato da Daily NK, mostrare poco dolore era considerato un grave reato politico. I vicini e la polizia segreta sorvegliavano le cerimonie di lutto, e chi era assente o sembrava non essere abbastanza addolorato rischiava almeno sei mesi nei campi di lavoro o una umiliante sessione pubblica di autocritica. I rapporti aggiungono che mostrare apertamente mancanza di rispetto o violare i divieti poteva comportare l’esecuzione o l’esilio di intere famiglie in province remote.

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