Rajendra Dawadi si trovava nella sua scuola a Trishuli Bazar, in Nepal, quando un padre arrivò di corsa, senza fiato. Non arrivò con un annuncio ufficiale. Era semplicemente venuto, disperato, a cercare sua figlia.
“«Sta arrivando una grande alluvione, sono venuto a prendere mia figlia, la porterò via con me,»” gli disse.”

Nessuna autorità aveva diramato un’allerta. Quel mercoledì mattina non suonò alcuna sirena. Solo la voce di un padre che si fidava del proprio istinto più di qualsiasi protocollo.
Dawadi non esitò. Ordinò l’evacuazione dei quasi 900 studenti della scuola, uno per uno, contro il tempo. Pochi minuti dopo, l’acqua del fiume arrivò con una forza che nessuno aveva immaginato. Un rifugio a soli 100 metri dalla riva del fiume fu sommerso in pochi istanti. L’edificio della scuola finì sepolto sotto fango e detriti.

Tra quei 900 bambini c’era Yunisha Amatya, di 16 anni. Suo padre, Yubaraj Amatya, corse verso la scuola, convinto di averla persa. “

Per quasi un’ora, non riuscì a contattarla. Sua madre, Sabina Kumari Shrestha, aspettò notizie, senza riuscire a parlare con nessuno. Quando Yunisha finalmente rispose al telefono, dall’altra parte si sentivano solo singhiozzi.
L’alluvione lasciò almeno 2.426 persone disperse in Nepal.
Ma in quella scuola, grazie a un padre che non aspettò il permesso di agire, non ci fu neppure un nome da aggiungere a quell’elenco.
