
Nel 2013, Simon Bramhall era uno dei chirurghi dei trapianti di fegato più stimati del Regno Unito. Operava al Queen Elizabeth Hospital di Birmingham. Salvava vite. E alla fine di due interventi di trapianto — a febbraio e ad agosto di quell’anno — fece qualcosa che nessun protocollo medico contempla: prese il coagulator ad argon, lo stesso strumento usato per fermare le emorragie, e incise le sue iniziali «SB» nel fegato appena trapiantato dei suoi pazienti. Erano sotto anestesia. L’équipe chirurgica era presente. Nessuno lo fermò. Lo strumento ad argon lascia segni che normalmente guariscono e scompaiono da soli. Ma su uno dei fegati, le iniziali non svanirono. Fu un altro chirurgo che, mesi dopo, durante una seconda procedura di controllo, le trovò. Quella scoperta casuale cambiò tutto. Nel 2017, Bramhall si dichiarò colpevole davanti alla Birmingham Crown Court di due capi d’accusa per aggressione. Sostenne di averlo fatto per «alleviare lo stress durante operazioni lunghe e difficili». Il pubblico ministero lo descrisse diversamente: un atto deliberato su pazienti incoscienti, senza il loro consenso. Il dibattito rimasto aperto non è di poco conto: un atto fisico può essere un crimine se non lascia danni permanenti?
